Poesia ovale del nostro coach

Di solito non mi metto a copiare un testo per inserirlo da qualche parte ma dopo aver letto le parole di Leo postate su FB ed essermi asciugato le lacrim non potevo non condividere il suo post anche qui.

– Tempo addietro il primo Capitano dei Black Eagles mi regalò „Oltre la linea bianca“ di Franco Paludetto, e mi strappò un sorriso amaro leggere come anche i pionieri del Treviso, divenuto poi il più grande club italiano di rugby, impiegarono anni ed anni per avere un campo dove allenarsi e giocare.
Negli anni vissuti presso le belle strutture del Rugby Mirano, non mi venne mai il dubbio che chi ci aveva preceduto fosse stato costretto per lungo tempo a giocare le partite casalinghe vicino alla Basilica di Sant’Antonio a Padova, o in campi contesi lungo la Riviera del Brenta come, invece, bene racconta il mio amico Vanni nella sua opera “Mirano Ovale”.
Non diventeremo la Benetton Treviso, non raggiungeremo neanche le dimensioni del Rugby Mirano, e le differenze anche geografiche fra la Pianura Padana e l’Alto Adige mi sono note; ma certo è che, ovunque ci si trovi, almeno all’inizio, il rugbista “è quello che rovina il campo”; per questo mi sento quasi orgoglioso di poter dire che anche l’ultima partita casalinga di questa stagione dovrà essere giocata sul campo del Borgo Valsugana, messoci a disposizione dagli amici Black Bears.
Noi siamo quelli che rovinano il campo, ma siamo anche quelli che disputano un intero campionato in trasferta senza troppo lamentarsi; siamo quelli che spingono nel pacchetto di mischia, fanno correre il pallone lungo la linea dei trequarti, placcano; siamo quelli che vincono, che perdono, e che di sicuro viaggiano e fanno chilometri, tanto per andare incontro ad una vittoria quanto per tornare a casa dopo una sconfitta; e le sconfitte sino ad ora sono state più numerose delle vittorie, ma nel rugby è giusto così, perché in questa disciplina vince il più forte e noi non lo siamo, o almeno non lo siamo ancora; di sicuro ci impegniamo. In pochi anni non si diventa dei fenomeni in campo, ma si può capire se si è, o meno, dei rugbisti. E i miei giocatori lo sono perché ovunque si giochi, difendono o guadagnano un centimetro di campo come se quel terreno fosse casa loro, perché rendono il trasferimento in pullman un divertimento, perché vanno a giocare in luoghi dove il rugby è “sacro” senza neanche sapere in quale provincia si trovino in quel momento, perché giocano per il compagno e per la squadra.
I miei rugbisti sono di Bressanone, anche se alcuni sono originari della Sicilia, della Campania e del Veneto; sono di Bressanone anche se alcuni “scendono” da Latzfons, da Falzes, da Vipiteno, da Rodengo, da Fleres, da Mezzaselva, o “salgono” da Chiusa, Ponte Gardena o Bolzano; sono di Bressanone persino quando arrivano dalla Nuova Zelanda.. ed è normale che a Bressanone dovesse arrivare l’unico neozelandese che non aveva mai toccato prima un pallone ovale in vita sua!
I miei rugbisti sono di Bressanone, parlano italiano e tedesco (in molti casi una sola delle due lingue) ma si capiscono, lottano e difendono come fratelli.
Roviniamo i campi, ma che avventura è la nostra! –

 

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